D: Nelle pmi la conciliazione è più difficile? Se sì, perché?
R: Si. Perché nelle piccole società la professionalità è sfaccettata e più complessa. Le persone hanno mansioni varie: non si occupano – per esempio – dell’inserimento dati anagrafici, o della sola contabilità fornitori. Piuttosto si occupano dei clienti, dei fornitori, di organizzare gli eventi e anche di dare da bere alle piante. Dover rinunciare a persone così significa trovare ‘buchi’ e vuoti in diversi ambiti del flusso di lavoro.
Sostituire persone così è più difficile, occorre più tempo per la selezione e più impegno per la formazione dei sostituti e il loro inserimento ‘utile’ nel gruppo. Spesso si rinuncia alla sostituzione e si suddivide il lavoro tra chi resta. Ma nelle piccole imprese, il sottodimensionamento del personale è una regola; aggiungere lavoro a quello già da fare può portare al collasso delle persone (e della struttura)
D: Per voi è stato fondamentale avere un finanziamento pubblico – come l’art.9 della L53/2000 per introdurre la flessibilità in azienda?
R: Avevamo attivato delle azioni comunque (orario flessibile, banca delle ore, telelavoro) il finanziamento ci ha sollevato un poco degli oneri di queste azioni, e ce ne ha suggerite e finanziate alcune cui non avevamo pensato (voucher, part time reversibile)
D: Gestire la flessibilità è un costo, una difficoltà in base alla vostra esperienza? Quale misura sarebbe determinante nel migliorare la vita lavorativa di una mamma?
R: E’ sicuramente un costo (le ore di lavoro di chi lo gestisce, di chi lo organizza, di chi lo rendiconta…). E’ sicuramente difficile: necessità di una capacità professionale e di informazioni e conoscenze che non sono standard per una classica piccola società. L’aiuto può venire dalle Associazioni di categoria, che informino le Società delle opportunità che Stato, Regioni ed Europa mettono a disposizione e che le aiutino nello stilare progetti e farseli finanziare.
