Oggi vorrei raccontarvi la storia di una mamma che ci ha scritto, Cristina. E che ha trasformato un problema in una nuova opportunità. L’inizio è – purtroppo – quello di sempre: due maternità, impossibilità di conciliare i tempi, dimissioni e diversi anni a casa, con tentativi di rientrare nel mercato del lavoro, ma ai propri ritmi. Ma il proseguo è diverso: questa mamma si è presa il tempo di seguire e crescere i propri figli ed ora che sono un po’ più grandi ha fatto tesoro dell’esperienza ed è diventata una “professionista mamma”. Cioè una tagesmutter. Questo termine in Italia ha un significato ancora poco preciso – associato a volte a micro nidi, nidi condominiali, servizio di baby-sitter – e nonostante l’impegno formale del Governo la normativa è frammentaria e complicata. Ma, come ci ha spiegato Cristina, ce la si può fare, con volontà e determinazione. Oggi lei ha trasformato questa sua esperienza in un’attività professionale al fine di essere utile a tante altre mamme e vuole condividere con chi fosse interessato la sua esperienza. Vi allego quindi qui la brochure della sua attività. In questa giornata grigia di pioggia (almeno a Milano) ecco una buona novella! Ecco la sua brochoure: Cristina la tagesmutter
Fare la mamma è un lavoro? Diventa una tagesmutter!
“Mi dispiace, lei è troppo qualificata”
E’ successo a tante di noi. Un’ottima laurea, un percorso professionale soddisfacente. Poi un figlio, una gioia immensa ma anche un evento “sconvolgente”. C’è un prima e un dopo, mi diceva una simpatica mamma ieri. E il dopo è molto più ricco e complesso. Perché abbiamo anche – non solo (!) – un’altra priorità oltre a quella professionale e se i conti non tornano, scegliamo. Molte di noi, di quelle che ci hanno inviato il cv e ci seguono, hanno avuto il coraggio di scegliere e quindi di fare rinunce, anche non semplici come un posto di lavoro fisso, tranquillo ma noioso o incompatibile perché erano “blindate” in ufficio. E il dopo è molto complesso. Quando il figlio comincia a crescere e ci viene voglia di “fare qualcosa”, di riaffacciarci al mercato del lavoro, con altri ritmi e altre ambizioni. Ma siamo spesso “overqualified”, ovvero troppo qualificate per i ruoli e le funzioni nei quali c’è lo spiraglio di un lavoro flessibile. E spesso è frustrante essere disposte a rimettersi in gioco, a ricominciare anche “dal basso” ma non essere apprezzate per questo, anzi non essere neanche ricevute ad un colloquio, non ricevere neanche una risposta alla candidatura. E’ una situazione paradossale, è come sentirsi dire “era meglio se facevi un istituto tecnico o una scuola di cucito”. Di sicuro così sarebbe più facile ritrovare lavoro. Ho due amiche – a parte gli scherzi – che ora fanno vestiti per bambini con il punto croce, e hanno fatto una vera fortuna. Ma è davvero questo il mondo del lavoro per le mamme? Io nel mio piccolo con Moms@Work spero di no, di poter contribuire anche solo in parte a cambiarlo, rendendo un problema (la maternità) un’opportunità, una “non adatta” o “troppo qualificata” una risorsa da prendere al volo! (foto da: Spazio mamma)
“Il 52% delle persone che conosci ha cambiato lavoro nel 2010″
L’avviso mi è arrivato da Linkedin, e mi ha molto colpito. Prima reazione a caldo, del marito che passa di fianco al computer: “certo, la crisi”. Seconda reazione, la mia: evviva, il mercato del lavoro si muove, nonostante tutto! Il fatto che molte persone del mio “network” si siano rimesse in gioco – alcune per scelta, altre per necessità – io lo considero un ottimo segnale per diverse ragioni. Prima di tutto perché vuol dire che cambiare si può, che se le esigenze aziendali o personali cambiano questo cambiamento è fisiologico e si può gestire. Poi perché vuol dire che se una persona è in gamba e ha voglia di lavorare ci sono, nonostante tutto, occasioni per lei. Infine perché questo significa che - con il debito ritardo che ci contraddistingue – anche l’Italia si sta pian piano avvicinando ad un modello del mercato del lavoro più anglosassone. Dove restare nello stesso posto 20 anni non solo non è un merito ma è un’aberrazione. E dove la flessibilità non è precarietà ma è solo opportunità.
“..costituirà titolo preferenziale essere mamma”.
Ha “fatto sognare” molte mamme questo annuncio di lavoro di Maxi Brums che ha utilizzato moms@work per la ricerca di addette vendita. E ringrazio tutte quelle che ci hanno scritto, raccontando di essere mamme felici ma anche persone pronte a rimettersi in gioco professionalmente e sottolineando come la maternità non solo non ha tolto nulla alle loro capacità ma anzi le ha rese più efficaci determinate e complete.
La ricerca Maxi Brums al momento è chiusa ma stiamo lavorando per averne molte, sia nel settore della puericultura – dove il valore aggiunto di una mamma, che sa di cosa sta parlando perché conosce i prodotti è più ovvio – sia in altri settori. Perché ormai le donne hanno a tutti gli effetti un “potere” economico: gestiscono infatti le spese del nucleo famigliare, hanno un ruolo determinante negli acquisti, anche quelli più rilevanti come casa ed auto ma anche videogiochi e dotazioni high tech della famiglia. Quindi per attirarle in quanto consumatrici, le aziende produttrici devono conoscerle e saperlo fare al meglio devono avere nel proprio team un punto di vista femminile. Tanto più che ormai le donne sono la maggioranza dei laureati, si laureano meglio e prima. Questo è in estrema sintesi l’argomento più forte che arriva dagli States – illustrato in maniera molto chiara dal libro “Why women mean business” di Avivah Wittebnerg e Alison Maitland” – che le multinazionali stanno adottando anche nel nostro Paese. Ma c’è un’ulteriore argomento, più sottile e ancora poco esplorato: cosa succede quando queste donne diventano mamme? Restano delle risorse? Non esistono, che io sappia, ricerche sull’amento di determinazione, di efficacia e produttività delle mamme che ritornano dopo una maternità o che incominciano un nuovo lavoro. Solo casi pratici, testimonianze dal vivo. Comunque un primo passo avanti per arrivare un giorno a leggere “costituisce titolo preferenziale essere mamma” e il giorno dopo – ancora meglio – non leggerlo più e sapere che non si è discriminate per il fatto di esserlo ma che si sarà valutata come persona a tutto tondo. Un “correttivo” quindi quel titolo preferenziale, nella migliore delle ipotesi temporaneo perché poi il mercato sceglierà davvero in base al merito. Ma necessario, per arignare quell’emoraggia espressa nella cifra 27,8%, la percentuale di donne che lascia dopo la nascita del primo figlio. E per ridurre quel numero impressionante di donne che non ricercano più un lavoro pur avendo tutti i requisiti per farlo, cioè le inattive: sono 9,7 milioni, più delle occupate (9,2) mentre tra gli uomini i “rassegnati” sono circa un terzo (5,2 milioni) rispetto agli occupati (13,6 milioni).
L’ultima donna in cinta sulla terra
La mia amica e socia, Cecilia, mi ha parlato di questo film che mi era sconosciuto: I figli degli uomini. The Children of Men, film ispirato ad un romanzo di P.D. James è ambientato in un prossimo futuro nel quale, da ormai 27 anni, l’umanità non è più in grado di procreare ed il mondo intero è sconvolto dalla notizia della morte della persona più giovane esistente al mondo. Nel caos che ne deriva, un uomo, ex professore di storia ad Oxford viene incaricato quindi di proteggere l’ultima donna incinta rimasta sulla terra, sua ex amante, che potrebbe dare alla luce un bambino. La trama mi ha inquietato ed interessato al tempo stesso: bisognerà arrivare a tanto – il nostro Paese è già demograficamente morto (il tasso tra morti e nuovi nati è in negativo, se non fosse per gli immigrati) – perché le mamme siano viste come una risorsa?
Buone Feste
Qualche giorno di riposo e di “stacco” . Non senza pero’ aver prima augurato a tutti voi i miei migliori auguri di Buon Natale! L’anno che è in chiusura è stato impegnativo per moms@work: abbiamo curato lo start up del progetto, che ha una duplice anima. Da un lato ci siamo impegnate a catalogare oltre 3 mila curricula arrivati da tutta Italia, rispondendo a tante mail che denunciavano disagio, smarrimento, chiedevano consigli e informazioni. Grazie a tutti quelli che ci hanno scritto, non solo per la fiducia ma anche per la pazienza. Perché non è facile riuscire a dare una risposta efficace ed immediata, ma Cecilia ed io ci abbiamo messo tutto il nostro entusiasmo e il nostro impegno. Da un mese abbiamo anche un’altra mamma, una professionista di ricerca e selezione del personale, Monica, che ci sta dando un importante aiuto nell’incontrare le candidate che abitano a Milano e provincia. Dall’altro lato abbiamo contattato molte aziende, sia grandi che piccole, per instaurare un dialogo positivo sui temi della flessibilità dei tempi e della conciliazione tra vita professionale e privata. E abbiamo riscontrato un crescente interesse ed attenzione al tema, il che ci fa molto piacere. Abbiamo “ricollocato” le prime 13 mamme in Maxi Brums, la prima azienda a credere nel valore del progetto. Insomma il 2010 è stato l’anno della sfida, ci impegneremo perché nel 2011 questa sfida si traduca in altri successi concreti. A tutti i miei più sinceri auguri.
Perché essere mamme è un valore, anche sul lavoro
Bellissima pubblicità – ideata in Spagna, grazie alla consulenza di Nuria Chinchilla, Direttrice dell’ International Center for Work and Family – che mette in luce le doti umane e quindi anche professionali di una mamma. Da noi c’è l’uomo sudato, che viene spogliato con gli occhi dalle segretarie, mentre scarica le casse di CocaCola o la donna con vestito bagnato e trasparente. Lì c’è un figlio che – dopo aver bevuto la mitica bevanda – decide di reagire all’ennesimo colloquio andato male alla mamma, presentandosi dal recruiter e spiegandogli perché sua madre è eccezionale. Con happy end! Da vederlo a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=rYEp93BgtEc
Il “problema” di essere mamma e cercare lavoro
Torno sull’argomento “quando al colloquio potremmo dire fiere: sì sono mamma” perché, vi ringrazio per questo, avete lasciato tanti commenti interessanti. Uno sembra essere lo snodo principale: dire o non dire in fase di colloquio che si è spostati e che si è mamme? Innanzitutto per legge sarebbe vietato chiederlo ma in Italia purtroppo l’applicazione non è rigorosa (né le sanzioni ben definite) e quindi alla candidata che se lo vede chiedere – in assenza di tutele per controbattere – non resta che …un grande dilemma. Siamo lontani dall’esempio olandese che vi citavo dove invece dire “sì sono mamma” da un punteggio aggiuntivo in fase di selezione e dove il processo stesso di selezione è molto più rigoroso e trasparente.
Molte di voi mi hanno raccontato di una rigorosa selezione degli annunci, di un interesse per il vostro profilo, di un primo incontro di selezione ma quando – per onestà e correttezza- dite di essere mamme la persona che vi sta valutando “comincia a tentennare”, oppure “taglia corto con il classico: le farò sapere”. Inutile prodigarsi in spiegazioni - quasi scuse per il fatto di essere mamme, di avere questo “fardello” – e precisare che si è organizzate, che si ha una rete di copertura tra scuola, baby sitter e suocera. “Non basta”, “non interessa”, “ormai mi sono tagliata le gambe” questi i vostri racconti. Interessanti, e amari. Perché se una donna viene valutata in quando mamma – e quindi problema – e non in quanto professionista – e quindi risorsa -non dipende solo da quella singola, miope impresa. Ma da un sistema sociale e di welfare che non sostiene e incentiva le mamme che lavorano. Insomma, dietro una mancata assunzione c’è una mancata opportunità, non solo per voi ma per il Paese.
Ci tiriamo indietro? O invece ci stiamo facendo avanti?
Oggi parto dallo spunto di una lettrice del blog, la chiamerò P. per semplicità. Ci ha scritto del suo rientro al lavoro dopo la maternità, di come ha ritrovato la stessa posizioni di prima. E ci ha stuzzicato con questa frase:”Ho l’impressione che molte mamme quando tornano dalla maternità non vogliono più farlo, il loro lavoro. Sarà per il senso di colpa, sarà perchè l’assistenza ai bimbi costa molto, ma vi assicuro che si può fare.
Comportandovi così date man forte agli uomini che sostengono che noi donne abbiamo poca sicurezza personale, poca capacità a gestirci, a fissare e mantenere gli obiettivi. E poi ho letto l’intervento di Veronesi indicato da Margherita. Dice che l’organizzazione sociale dovrebbe ruotare intorno alla donna: una rotazione part-time?!?!”.
Io credo che l’equilibrio tra vita privata, famigliare e professionale è un cocktail dove ognuino di noi decide ingradienti e dosi. Ma l’importante è poter scegliere, liberamente. E cioè non essere obbligate, per mantenere il posto di lavoro di “prima” a rinnegare che ci sia un “dopo”. Perché l’arrivo di un figlio è qualcosa di grande, di bello di cui non bisogna vergognarsi. Se poi una mamma decide – liberamente – che questo non deve avere alcun impatto sulla sua vita professionale, che non vede motivo perché questa debba cambiare è una sua scelta da capire e rispettare. Ma se un’altra invece dedice che può fare lo stesso lavoro di prima, ma in un modo diverso, che forse non è il tempo in ufficio ma l’obiettivo raggiunto a fare la differenza, ad essere il parametro di misura questo è tirarsi indietro?
Questo secondo me – ma è il mio punto di vista personale – non è tirarsi indietro, è solo capacità di rimettere in discussione le regole del gioco. Delle regole con le quali noi saremo sempre perdenti: perché sono delle regole dettate da uomini, per lo più vecchio stampo per fortuna (i nuovi padri sono i primi a conoscere il valore del tempo privato) che misurano il lavoro in base al tempo passato in ufficio, che misurano la propia capacità manageriale in base al numero di persone che può avere sotto mano durante la giornata. Io non ci sto, e non per questo credo di non avere qualcosa da dire, un ruolo da giocare in questo cambiamento dell’organizzazione sociale. Perché io sono full time donna, professionista la mattina mamma il pomeriggio – quando i miei due figli tornano da scuola e hanno bisogno di me – moglie la sera. E “sempre sul pezzo”, credo anche grazie alle nuove tecnologie.
(S)piacevole equivoco: la settimana della conciliazione?!
“Una settimana dedicata al rapporto costruttivo dalle parti, per trovare in breve tempo una soluzione amichevole, soddisfacente e condivisa; una proceduta snella ed economica che sarà presto obbligatoria in molti settori”. Ero in macchina, ascoltavo semi-distratta la radio quando ho sentito l’annuncio della settimana della conciliazione. Per me, che ormai ho una vera e propria passione (ossessione?) per il tema dell’occupazione femminile e materna è sembrata un’interferenza aliena: una settimana sulla conciliazione?! La “mia” conciliazione, quella di work/life balance? L’annuncio è rimasto ambiguo per un altro paio di frasi – o forse ero io ad aggrapparmi ad una vana speranza – prima che arrivasse il chiarimento: “e’ promossa dalle camere di commercio e riguarda le controversie civili e commerciali”. Ah, ecco. A quando una settimana altrettanto seria, capillare, concreta e strutturata sulla conciliazione vita professionale privata, a livello aziendale e commerciale?
