Le donne lombarde hanno due doti!

Mamme lombarde, la Regione vi dedica due doti per aiutarvi a ritrovare un lavoro e ad organizzare la vostra famiglia. I contributi vengono erogati su base provinciale, e riguardano in fase sperimentale i territori di Bergamo, Brescia, Cremona, Lecco, Mantova e Monza Brianza (ne avevamo già parlato: http://momsatwork.it/2010/09/eppur-qualcosa-si-muove/; http://momsatwork.it/2010/03/le-donne-lombarde-hanno-una-dote-usiamola)

Dote conciliazione servizi alla persona: questo buono consentirà alle mamme lavoratrici, con figli fino ad un anno di età, che
rientrano dall’obbligatoria (senza utilizzare il congedo facoltativo) di fare richiesta di un contributo per l’utilizzo di servizi di cura (Asilo nido, Micronido, Centro prima infanzia, Nido Famiglia, Baby sitting, Baby Parking, Ludoteca, altri servizi di simile natura). Il valore massimo della Dote è di € 1.600 e l’importo massimo riconoscibile mensilmente è di € 200. I buoni sono già a disposizione, dovete recarvi alla vostra asl di competenza
Dote Conciliazione servizi alle imprese – premialità assunzione: questo buono è molto innovativo perché consente alla mamma di non essere penalizzata in fase di colloquio per un’assunzione e anzi di avere un vantaggio (di solito il fatto stesso di essere mamma la esclude da ogni ulteriore colloquio). Le  madri escluse dal mercato del lavoro o in condizioni di precarietà lavorativa porteranno in dote all’azienda (pmi) che le assume una dote del valore di 1000 euro. In questo caso sarà l’azienda a doverla richiedere alla Asl.

La Dote Conciliazione di Regione Lombardia è una delle iniziative previste dal piano attuativo dell’Intesa per la conciliazione siglata tra le Regioni e il Dipartimento per le Pari Opportunità (dgr 381/2010). Parallelamente alla realizzazione dei “percorsi territoriali”, avviati su tutte le province lombarde, la Regione eroga in maniera diretta dei voucher destinati a favorire la conciliazione famiglia-lavoro.

Parents@work

Cecilia (la quadrismamma mia amica e co-fondatrice del progetto moms@work)  ed io abbiamo recentemente incontrato Avivah Wittemberg, la grintosa scrittrice americana che ha pubblicato come suo ultimo libro “Why women mean business”. Il suo ragionamento è semplice e pragmatico, nella miglior tradizione statunitense: le donne hanno ormai un ruolo determinante nelle scelte d’acquisto per le spese famigliari  (determinano l’80% degli acquisti);  oltre il 60% ha una laurea; dove c’è più occupazione femminile c’è anche più natalità e questo è un valore fondamentale per un Pese che non vuole “estinguersi”; le società americane quotate in Borsa con donne ai vertici hanno avuto performance di mercato migliori. Il ragionamento da noi non è ancora così immediato e lineare, e le abbiamo chiesto un parere sulla situazione italiana: “it will happen” ha tagliato corto. Un vaticinio che speriamo si realizzi presto. Ma nel frattempo – l’abbiamo incalzata – cosa ne pensa del nostro progetto? “It’s interesting but I would have called it parents@work because putting the main responsability of children’s care over the mother’s shoulder  makes her weaker in comparaison to the father”. Ascolto in silenzio, momento di smarrimento esistenziale: sono d’accordo anch’io che in un mondo migliore la responsabilità di cura è perfettamente condivisa da entrambi i genitori e che tanto il congedo quanto l’organizzazione del lavoro deve essere a misura di “genitore” e non solo di “mamma”.

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La stagione delle cattive madri

Sotto l’ombrellone – quando non devo improvvisarmi bagnina, perché un figlio ha deciso che sa nuotare sott’acqua, o impresaria edile perché l’altro vuole ricostruire i canali di Venezia sulla sabbia- sto leggendo il libro “La stagione delle cattive madri” di Meg Wolitzer. Il titolo trae in inganno, o forse lascia aperta alla libera interpretazione: cattive madri perché le quattro protagoniste hanno rinunciato alla carriera per essere mamme a tempo pieno, una scelta sbagliata e anacronistica? O cattive madri perché ad un certo punto rivendicano una loro identità di donna, oltre che di moglie e madre, e analizzano con realismo – scomodo, ma stimolante – gioie e dolori della maternità? C’è un po’ di tutto in questo libro, che stuzzica il lettore offrendogli quell’atmosfera rilassata da chiacchiera al bar – qui il Golden Horn – dove la mattina dopo aver accompagnato i figli a scuola ci si confronta sui problemi quotidiani dei genitori. E non si può non provare solidarietà per le protagoniste che, in maniera diversa, provano a rimettersi in gioco quando i figli crescono, riflettono sulla loro scelta di essersi “isolate” dal mondo produttivo per dedicarsi ai pargoli e cercano di ricordarsi come erano brave in un passato molto remoto. Perché, come rivela Amy – una delle quattro – “se avevi un lavoro avevi la possibilità di affermarti in qualche modo. La gente si sentiva sollevata quando potevi dirle che facevi qualcosa. Senza il travestimento di una professione, non c’era modo di giudicarti. (…) Se dicevi che non lavoravi, l’altra persona distoglieva lo sguardo e cercava qualcuno che facesse qualcosa, o che potesse essere valutato, e con il quale si potesse parlare tranquillamente”. Come se fare la mamma non fosse un vero lavoro….

The evolution of Dad

 

Papa’ alla riscossa. Si potrebbe riassumere così un’iniziativa molto interessante nata negli Stati Uniti da un regista che, quando è diventato padre,  è entrato in crisi e si è interrogato sul proprio ruolo all’interno della famiglia. Ne è nato un documentario ricco di testimonianze dove i papa’ d’America raccontano, riscoprono – e rivendicano – la propria importanza come genitori. Mettendo in discussione non solo gli equilibri tra le mura domestiche ma anche l’organizzazione sociale ed economica attuale, ancora basata sul modello del breadwinner, principale reddito e contribuente del nucleo famigliare.

Che ne pensate? Ennesima “trovata” americana o iniziativa all’avanguardia?